Chi siamo: la storia di Fornace
Un magazzino, un forno, un'idea
Nel 2009 Marco Tasselli ha preso in affitto un vecchio magazzino in via Manfredi, nel cuore di Faenza, con un pavimento in cemento screpolato e finestre che non chiudevano del tutto. Non era esattamente il laboratorio dei sogni, ma aveva lo spazio per installare un forno a gas da 120 litri e abbastanza silenzio da poter lavorare senza pensare ad altro. Marco era tornato da Bologna qualche anno prima, dopo un lungo giro tra le botteghe di ceramica in Giappone e in Portogallo, con in testa un'idea precisa: fare maiolica faentina nel modo in cui è sempre stata fatta, senza scorciatoie, ma con la libertà di sporcarla con tecniche che la tradizione non aveva ancora toccato.
Faenza, la maiolica e il Raku
Faenza non è un caso. Il nome stesso della città è entrato nelle lingue europee come sinonimo di ceramica smaltata, e lavorare qui vuol dire portare un peso specifico che non puoi ignorare. Marco lo sa bene: ha studiato al Museo Internazionale delle Ceramiche prima di partire per i suoi anni di formazione all'estero. Quando ha aperto Fornace, ha scelto di onorare quella tradizione partendo dallo smalto stannifero, dai pigmenti a base di ossidi metallici, dalla cottura in ossidazione che dà ai pezzi quella superficie bianca e lucida riconoscibile a colpo d'occhio.
Ma accanto al forno a muffola per la maiolica, in laboratorio c'è sempre stato un secondo forno, più piccolo, dedicato al Raku. La tecnica, importata dal Giappone nel Cinquecento e reinterpretata in Occidente negli anni Sessanta, prevede di estrarre il pezzo dal forno ancora incandescente e soffocarlo nella paglia o nella carta, creando effetti di affumicatura e craquelure impossibili da pianificare del tutto. È l'opposto del controllo millimetrico che richiede la maiolica, ed è esattamente questo contrasto che tiene viva la curiosità di chi lavora qui.
Le persone che lavorano in bottega
Oggi Fornace è un gruppo piccolo. Marco gestisce la produzione e i rapporti con i clienti che commissionate pezzi su misura. Giulia Ferretti, che è entrata nel laboratorio nel 2014 dopo una specializzazione in decorazione ceramica a Deruta, si occupa della pittura a mano dei pezzi in maiolica. Luca Amendola, tornese da quando aveva sedici anni, lavora il tornio e ha una precisione nelle pareti dei vasi che Marco descrive ancora come "ingiusta, per quanto è bravo". Nei mesi estivi arrivano uno o due tirocinanti dall'Istituto d'Arte di Faenza, che restano qualche settimana e portano sempre qualcosa di nuovo, anche quando pensano di essere loro a imparare.
Come lavoriamo
I pezzi di Fornace nascono quasi tutti da argilla chamottata locale, acquistata da un fornitore di Imola con cui collaboriamo da dieci anni. La fase di tornitura o lastratura è seguita da una prima cottura a 980 gradi, poi dallo smalto applicato a pennello o per immersione, e infine da una seconda cottura a 1020 gradi per la maiolica. Per i pezzi Raku il processo è completamente diverso e non è mai del tutto prevedibile: ogni infornata è un piccolo rischio calcolato. È questa imprevedibilità che rende ogni pezzo diverso dall'altro, anche quando l'intenzione di partenza era replicare qualcosa di già fatto.
Accettiamo commissioni da privati, ristoranti e negozi. Abbiamo lavorato per una trattoria di Brisighella che voleva piatti da portata che richiamassero le ceramiche medievali locali, e per una famiglia di Ravenna che cercava un servizio da tavola completo con un motivo geometrico disegnato da loro. Ogni progetto ha tempi precisi, discussi prima di iniziare, perché un forno non si affretta.
Perché Fornace
Il nome era ovvio. Una fornace è un posto dove qualcosa viene trasformato dal calore in qualcosa di diverso e più resistente. Marco non cercava un nome poetico o moderno. Cercava qualcosa che dicesse esattamente cosa succede in questo capannone di via Manfredi ogni giorno. Gli è sembrato onesto, e lo è ancora.